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Il lavoro invisibile

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Il processo creativo dietro l'identità visiva di un brand.

Ogni volta che qualcuno mi scrive per un progetto, la prima domanda è quasi sempre la
stessa: "Da dove comincio?"

La risposta sorprende sempre.
Non dal logo.
Non da una palette colori.
Nemmeno da uno schizzo.
Comincio da una conversazione.

Viviamo in un tempo che ci ha abituati a vedere soltanto i risultati.
Una fotografia.
Un'identità visiva.
Un'illustrazione.
Un oggetto finito.

È naturale pensare che il progetto coincida con ciò che vediamo. Eppure, quella è soltanto l'ultima pagina. Le precedenti sono quasi sempre invisibili. Sono fatte di domande. Di ascolto. Di pause.

Di intuizioni che arrivano quando smetti di cercarle.
Di parole annotate a margine di un quaderno.
Di collegamenti tra cose che, apparentemente, non hanno nulla in comune.
È lì che nasce davvero un progetto.
Molto prima che qualcuno scelga un carattere tipografico.

Per questo non riesco a pensare al mio lavoro come a una produzione di immagini.
Le immagini arrivano alla fine. Prima c'è una ricerca. Ogni collaborazione inizia nello stesso modo. Cerco di capire che cosa sta cercando davvero quella persona. Spesso non coincide con quello che dice. E quasi mai coincide con quello che pensa di volere.
Esiste sempre un punto più profondo. È quello che provo a raggiungere.

Negli ultimi mesi mi è successo qualcosa di insolito.
Per la prima volta non ero io a fare le domande. Ero io a riceverle.
Durante il lavoro di identità sviluppato insieme a Particolare Studio mi sono ritrovata nella
posizione dei miei clienti. È stato sorprendente. Anche scomodo, a tratti.

Perché quando qualcuno ti restituisce uno sguardo sul tuo lavoro, scopri dettagli che avevi smesso di vedere. Mi sono accorta che molte cose che consideravo naturali erano, in realtà, il cuore della mia ricerca.

Il teatro.
La costruzione di mondi.
La narrazione.
I simboli.
La lentezza.
La relazione.
Non erano interessi paralleli.
Erano lo stesso linguaggio.

Credo che costruire un'identità significhi proprio questo. Non aggiungere. Riconoscere.
Togliere tutto ciò che è rumore, fino a quando rimane soltanto ciò che è essenziale. È un processo che assomiglia molto al restauro. Non si dipinge sopra. Si libera ciò che era già presente.

Forse è per questo che diffido delle identità costruite troppo in fretta.
Di quelle che nascono da una tendenza.

Da un algoritmo. Da una moda.
Le cose che hanno radici impiegano tempo. E proprio per questo riescono a durare.

Ogni progetto che realizzo oggi porta con sé questa esperienza.
Prima ancora di chiedermi come dovrà apparire qualcosa, provo a capire perché dovrebbe esistere. Il resto arriva dopo. Sempre.
Perché un'identità non è ciò che mostriamo al mondo.
È ciò che continua a esistere anche quando togliamo tutto il resto.

Anche il silenzio fa parte del processo creativo.